lunedì, settembre 25, 2006

Distesi sotto le stelle

Amo osservare le stelle
In quelle notti estive
Con la frescura di rugiada
E in praterie ampie e schive
Amo fissare il cielo
Non solo ma senza telo
Ignudo mi concedo alla volta
Ignudi ci concediamo senza rivolta

Lei ed io
Ignudi ed incresciosi esseri del mondo
Gioiamo di quell’estatico e felice attimo
Assaliti da colonne di dejavu
Così tramortiti dall’immensa colata di blu

Non è estasi ne’ nirvana
Nemmeno ascesi ma sineresi
È l’uman sentimento
È l’uomo e la donna
Ed è entrambi uniti,.insieme.
È l’infintà lucente del sentimento
L’offerta divina ad io e te
Al nostro romantico palpitare
Ai nostri corpi che ignoranti-sapienti s’attirano
Alle nostre anime disinteressate del perché
Agli sgrammaticati “C’è che son pazzo di te”.

Dejavu riconosciuti prima di nascere
Io, cosciente di quegli attimi
Li sogno ogni oscurità
Inneggiando il dejavu.

domenica, settembre 10, 2006

Il bottegaio di Ponte Vecchio

Giorni di fuoco
Giorni d’inarrivabile clemenza
Il consiglio giunge sottile e pretenzioso
al latente caruso
cercando di adularti
martirico sopruso
cercando di portarti
tra angusti speroni e saccenti marmotte
dove tu
Solitario, tu.

Sommo poeta
vagò fra mille sospiri
Tradito in mille lidi
Affranto in ruscelli schiumosi
cercò pure lui
cercò forse te
Angosciato tra i risi della gente
fissando il vuoto ricerca un custode albino
E nel suo riparo
studiare il branco dei sordi lupi.
Lettere e amici, armi e amor
in quel freddo passato
tra pianti d’Hydra e gigl’in fior.

Salii Palazzo Vecchio, afferrai il respiro mediceo
tastai ansimante le immagini commoventi
d’un’ancestrale cattedrale, d’una povera
ma sincera bottega e del suo bottegaio, che ancora
scende la legnosa difesa, che, un passo dopo l’altro,
sale i faticosi gradi, che, lacrimante e sorridente,
treccioluta la figliola ritrova,avvolto tra i feltri l’infante,
e la stanca moglie, che, felice e commossa,
avvolge tra le morbide e calde sete lo sfinito cuore,
vita pulsante della semplicità.

Che farebbe il povero bottegaio,
se, per un attimo,
pensasse la moglie fugata con l’arcolaio,
i figli e l’azzimo,
che farebbe sperduto e tremante,
colto
tra i tartari
inerme.

Moglie e figlio
ora sciolti tra le ardite trame del loro amatore
ora mangiati dalle fauci luciferine
ora mangianti speranze vite miracoli
lacrime, opere.

Li ritrova infine
L’attimo finito.

Città dei padri
città dei sospiri
città dei sogni
Basta uccidermi.
solo amami.

sabato, settembre 02, 2006

Cene

Pensavo di averne viste con queste scene
Risate scherni ed impressioni
Giro e via
Su poche dimensioni
Giro sulla via
Sulle solite questioni
Risate battute e fischioni

La crisalide s’apre
Affiora il delfino
Scopre finalmente l’attraente mondo dorato
Per tempo infinito solo immaginato
Nuota frenetico sul posto
Dunque s’avvicina tosto
Ma abbagliante l’accoglie la roccia perfetta

Eldoradi flussi di spasmici furori
Ghiacciai impervi e profondi di passioni oniriche
Armonici riflessi d’unici sfori
Complementi animi d’Apollo

T’avvolge lo pneuma di speme
Io credo soffiamo insieme
Dolce alito d’irene
Il tuo nome
Il tuo canto
Sirene.